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Trapani Invittissima di Salvatore Accardi

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Adulteri, licenziosità e stupri

Trapani Invittissima


un caso di stupro nel 1650


Il 25 agosto 1650, confortato dalla testimonianza del medico fisico Vito Licata, don Antonio invitò donna Angela a litecedere dall'accusa di stupro, a farla rigettare informazioni non veritiere e a cassare in modo permanente l'infelice caso.


Sul postribolo di Belvedere


Nel primo periodo dell'Ottocento, la prostituzione era regolamentata da ciascuna Intendenza che "zonizzava" le case di tolleranza, schedando le prostitute (a cui dava la specifica patente d'esercizio). L'autorità costituita imponeva le visite igieniche mensili e tentava di reprimere la prostituzione per strada. Su indirizzo governativo e giusto sovrano "jus legationis", l'Intendente disciplinava il mercimonio anche con l'ausilio e i consigli dei vescovi. Era compito della Polizia il sorvegliare le meretrici e loro spostamenti da città in città ....


Sul bando delle meretrici del 1593 e del 1601


Ancor prima della divulgazione del bando del 26 agosto 1605, il vicerè Enrico Gusman conte d'Olivares e il vicerè Bernardino de Cardini duca di Maqueda emisero i rispettivi bandi contro le meretrici, non divergendo sostanzialmente nel testo dell'uno e dell'altro, perfino con quello del 1605. Tale configurazione si rileva affiancando il testo dei due bandi emanati rispettivamente il 28 febbraio 1593 e il primo luglio 1601.



sulla licenziosità di alcuni monaci

Non solo la divulgazione a volte esasperata dei dogmi e di nuovi precetti scaturirono dalla controriforma tridentina, pure il coinvolgimento e l'interdipendenza tra il potere temporale e spirituale, che a volte collaborò a risolvere scabrose situazioni. Nel documento del 29 aprile 1613 leggiamo sulla licenziosità di frati carmelitani dediti a vita immorale e sulle ricchezze apportate al convento. È la formale protesta mossa dai giurati trapanesi a delegati carmelitani, che si vergognavano d'avvenimenti accaduti, a quali chiesero una verifica e la risolutiva punizione dei frati macchiatisi di licenziosità.


Bando per "levari alcuni abusi che seminano la gente dal viltu et servitio divino"


L'intransigente vicerè Giovanni De Vega, al tempo del suo incarico, impose anche la rigorosa osservanza della "dottrina" cattolica, favorendo nel Regno di Napoli e di Sicilia l'introduzione dei padri gesuiti determinati a difendere con spada tratta i crismi della predicazione, confessione ed insegnamento dei canoni della controriforma tridentina. Nei "copia lettere 327" dell'archivio del senato trapanese, il sei agosto 1608, si trascrisse la prammatica del 1569 del vicerè Francesco Ferdinando Avalos d'Aquino, marchese di Pescara, contro le nefandezze (reati di sodomia maschile e femminile) e le ordinanze di De Vega promulgate a Palermo tra il 1553 e il 1555. È un compendio di norme a tutela di ligi comportamenti e profusione di canoni ai quali doveva assoggettarsi indistintamente i sudditi e la nobiltà.


bando sulle meretrici e chiusura di una vanella

Nel 1733, una vanella posta in frontespizio al convento dei padri minori osservanti unito alla chiesa di Santa Maria di Gesù, era il punto d’incontro di sbrigativo approccio in ore notturne. Oltre il disagio per l’immondizia depositata, lo scandalo dei convicini e l’impraticabile viabilità, i frati d’accordo con i proprietari delle abitazioni prospicienti alla vanella chiesero al vicerè di far murare la stradina per impedire anche il mercimonio.


il mal francese

Per tutto il Cinquecento e ad inoltrato Seicento, le autorità sanitarie vigilarono sulla propagazione e sulla diffusione del male pestifero e del male contagioso che tormentò. la popolazione siciliana, specialmente quella dell'entroterra soggetta a maggiore carenza alimentare. Tra i tanti contagi, come la peste, il tifo, il vaiolo, le emottisi e le malattie polmonari che distrussero la machina di migliaia di persone, ricordiamo il mal francese, vale a dire la sifilide.


la gemma della povera donzella


Ma il fraudolento, e di mala fede, che tal dovrebbe chiamarsi, l'adocchiava per soddisfare le inique suo brame, ed invece di prosperarla intendeva rapirle quella gemma che rimane ad una povera donzella, l'onorato candore di sua pudicizia.


prostitute, protettori e ricottaj nella Trapani del 1837


L'otto agosto 1837, in pieno corso d'epidemia di colera durato dal ventidue luglio all'otto settembre, un anonimo trapanese denunciava atti delinquenziali di probabili colleghi. ……


il ganzo maltese e la druda trapanese


Rientrata al focolare tunisino, nel corso d'alcuni mesi Lucia dimostrò grande legamento allo sposo, che non le fece mancare nulla, tanto meno il suo cocente rinnovato amore. Passarono i giorni e in una giornata particolarmente assolata o afosa, Lucia rapita ed attratta da ripetute avances e teneri contraccolpi del ganzo maltese, cedette nuovamente, abbandonando il figlio e la casa del marito.


un altro modo d'amore


Che Santina! O la Diavola che fa la divota

Intorno al 1820 la Polizia vigilava anche sull'attività e gli spostamenti di città in città delle meretrici munite di patente, che esercitavano il proprio mestiere nelle proprie e altrui case di piacere poste sulle mura di tramontana, nella zona di scirocco, nella strada S. Leonardello, in via Paglia, nel vicolo Belvedere e perfino in una strada del convento di S. Francesco d'Assisi. Le traviate erano sottoposte a controlli e cure mercuriali e soggette a trasferimenti in altre città ....


l'incauto precettore


Per non patire l'onta di mettersi al pubblico bando e in bocca ai mormorii della gente e della sua affezionata clientela don Paolo L. denunciava il sacerdote sodomita (estimatore del drammaturgo Carlo Roti) all'Intendente della Valle di Trapani e al capo della Polizia per punire, con energiche provvidenze, quel mostro. Nell'esposizione del farmacista traspare il tentativo di vendetta personale per riscattare la vergogna subita dal figlio nulla sapendo dei successivi sviluppi della vicenda.


L'effimero contendere


Era inoltrata primavera e gli spiriti bollenti agitavano le membra di due signorotti. Forse il primo era un bohémien il cui cognome è il sinonimo del gioco della "zecchinetta"; l'altro era il giovane emancipato rampollo di un'antica e gloriosa casata. Il cognome del baronello, che manteniamo nascosto, c'induce a pensare che abbia abitato nel centro storico e non molto lontano dalle mura di tramontana dove si trovavano i cosiddetti "lupunari", le case legalizzate di prezzolato piacere. Entrambi persero follemente la testa per Taddea, la meretrice che li aveva ammaliati. Veniva da Messina e chissà in quale postribolo cittadino ha dimorato. Non sappiamo chi era e quanti anni aveva. Di certo giovane, formosa o per niente, è stata la causa di continue risse e liti tra i due contendenti affascinati da chissà quali sue movenze o suadenti parole.


La lascivia di un monaco stupratore

lo stupro di una bambina di dieci anni ad opera di un monaco e sullo sfruttamento della matrigna

Con minuzia dei fatti, il giudice denunciava il padre carmelitano, che giorni prima, accolse nella propria abitazione la ragazza adescata ed accompagnata dalla matrigna Domenica I., alla quale con “violenza, non curando lacrime, Religione ed onore la stuprò”. Il premeditato incontro col monaco era stato favorito dalla matrigna, la quale “ebbe il prezzo del suo infame mestiere”. La verginità dell’infante relitta era stata venduta per una manciata di soldi in quel giorno predestinatole alla sua inevitabile prostituzione.


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