Trapani Invittissima di Salvatore Accardi

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Antonio Nolfo

Trapanesi illustri > Artisti







La ricerca su trapanesi famosi non è agevole, specialmente se si compie sulle scritture notarili del primo Ottocento rogate dai quarantacinque notai che esercitarono a Trapani il notariato asservendosi alle verità altrui, i quali custodirono i propri volumi con quelli dei predecessori. Pertanto, le notizie che si possono estrapolare dalle loro minute non rappresentano soltanto il risultato compiuto di una ricerca mirata, bensì l'acquisizione parziale ma significativa di dati da inserire in uno zibaldone, nel quale una volta svelati, anche l'affermato pseudo storico del "copia ed incolla", qualunque tesista e chiunque vorrà ne disporrà ulteriori in successione, magari utilizzando prosopopea come noi siamo soliti fare. Sarà un libro "aperto", insomma, capace di accogliere notizie le più svariate.

Di recente c'è venuto tra le mani il testamento nuncupativo d'Antonio Nolfo, redatto il venerdì del 3 gennaio 1778 inserito nella minuta del notaio Ignazio Maria Bello il 15 gennaio 1784. Dal testamento apprendiamo parzialmente gli eventi degli ultimi anni di sua vita. L'artista, autore del gruppo scultorio detto dell'ingiuria ora dell'incoronazione di spine dei Misteri di Trapani, visse i suoi ultimi anni nella casa
di contrada San Rocco che appartiene, ed è proprio di mio figlio Don Francesco come a lui concesso a cenzo enfiteutico come per atto e come assoluto ed indipendente Padrone, ch'è, per cui ne ha fatto a proprie sue particolari spese li opportuni melioramenti.

Probabilmente il ceppo originario dei Nolfo abitò il
Cortiglio degli Nolfi con 9 case situato a Levante nel quartiere di San Pietro e nell'isolotto LII nominato di Bernardo di Stefano sotto il campanaro di San Pietro, limitrofo a Ponenti con il Serraglio di San Pietro con 19 Molini. Nel quartiere di San Lorenzo è menzionata la casa d'abitazione del canonico Michele Nolfo, che possedeva altre dimore nell'isola trigesima della chiesa di Custonaci e Spirone, accostata alla Porta di San Giacomo e a scirocco, nel cortiglio di Casabianca. Desumiamo siffatta descrizione dall'opuscolo sul censimento immobiliare redatto nel 1748, dal titolo: Numerazione delle Case della Città di Trapani con loro distinzione per via dei suoi Isolotti la Cognizione de' loro Padroni contrasignate le sudette Case via di Numeri (corda archivistica 774) allegato nei registri dell'archivio del Senato di Trapani. Non corredato di planimetria, il testo descrive l'abitato cittadino scisso in isole, ciascuna delle quali riporta una numerazione identificativa dei proprietari e dell'unità poste nei quartieri dei SS. Nicolò, Pietro e Lorenzo. In quei tempi, per identificare un immobile si faceva riferimento ad un percorso alla dritta o a manca attorno all'isolato, utilizzando l'antica terminologia marinara di levante, ponente, tramontana e mezzogiorno o i confini d'abitazioni limitrofe. Ogni isola traeva il nome dagli edifici patrizi o dalle chiese o dagli agiati mercanti che ospitava, dato che in città non esisteva la numerazione civica delle abitazioni anteriore il 1820.

Due autorevoli storici, Giuseppe Maria di Ferro e A. Gallo, rammentano che Antonio Nolfo era il
figlio di Domenico il vecchio, scultore in marmo del XVII secolo, mentre il registro della chiesa di S. Lorenzo di Trapani attesta che fu un certo Giuseppe, sposatosi nel 1684 con Giacoma Buongiorno. Anche Giuseppe Maria Fogalli barone d'Imbrici erroneamente supporta quanto scritto da Ferro e riferisce che Antonio era figlio di Domenico il vecchio morto nel 1720, che con sua moglie Ignazia De Luca generò Francesco, Domenico 2° e Alberto.

Troviamo l'inconfutabile asserzione e verità sulla paternità di Antonio Nolfo nel testo dei due contratti dotali rogati da Domiziano Adragna il 29 aprile 1753 dei figli Domenico e Antonia. Nella conferma dotale della figlia, per buona sorte, troviamo l'accenno al testamento del nonno paterno Giuseppe pubblicato da Domiziano Montalto il 3 agosto 1743, nel quale leggiamo che Giuseppe Nolfo, marito di Giacoma Buongiorno (
eius legittime uxori) era padre del canonico Michele suo erede universale in tertiis partibus et portionibus e di Antonium Nolfo fratres utriusque conjunctem ac filium legitimum, et naturali dicti testatoris. Appurato ora che Giuseppe era il vero padre di Antonio Nolfo dubitiamo su quanto affermato da Fogalli su Nolfo Alberto, altro figlio del replicato Antonio e fratello dell'ora detto Domenico 2°, che ebbe i natali nel quartiere di S. … nel giorno … Il barone vagamente accenna, nel suo manoscritto del 1842 conservato nella biblioteca del museo regionale di Trapani, che Alberto Nolfo, per pubblica fama, s'era trasferito a Napoli e di aver ivi fiorito nella scultura in picciolo, cioè in ostriche per cammei, ed in ambra e la data della sua morte è coperta dall'oblio. È alquanto strano che Antonio Nolfo non ricordi questo figlio nel suo testamento e non abbia disposto alcun tarì per il solito ufficio funebre in sua memoria se fosse deceduto. Infatti, lo scultore lasciava a tutte quelle persone, una o più, che pretendessero succedere nella mia eredità, e beni ereditarij, o alcuna parte di essi tarì uno per una sol volta, da pagarsi per detto mio Erede universale di sopra istituito. Riteniamo che Alberto sia stato consanguineo dell'artista e di un altro ramo familiare un Giuseppe figlio … fra' Benedetto da Trapani, il reverendo Domenico medico fisico nell'Ospedale di S'Antonio di Trapani e il canonico Michele. Inoltre Fogalli sconosce l'età dell'artista quando afferma che venuto intanto agli ultimi respiri il virtuoso nostro Antonio Nolfo terminò di vivere nel giorno … lasciando intenzionalmente lo spazio per inserirvi la data del decesso.

Antonio nacque nel 1696 e lo desumiamo per differenza con il 1778 anno di redazione del suo testamento nel quale attestava che era giunto all'anno 82 in circa di mia età. Essendo trascorsi sei anni dal 1778 al 1784 anno del suo decesso l'artista dovette morire alla venerabile età di 88 anni. Lo scultore nel 1778 invitava il notaio Ignazio Maria Bello di aprire e pubblicare il proprio testamento
ut post suam mortem.

I testimoni che compaiono nell'ultima pagina del testamento erano il sacerdote
Giuseppe Barbara con il sigillo del testatore, Giovanni Casapelle con il sigillo del cavaliere Don Giacomo Fardella et Omodei, Luciano Ligotti con il sigillo del testatore, Pietro Calamola con il sigillo del cavaliere Don Giacomo Fardella et Omodei, Pietro Luparelli scultore con il sigillo del testatore, Giovanni Tramuta con il sigillo del cavaliere Don Giacomo Fardella et Omodei, Alberto Laudicina scultore con il sigillo del testatore.

A fianco agli autografi sono incollati ritagli rettangolari di sottile carta con l'impronta dei sigilli apposti a secco come quelli identificati degli orafi e sarti e non con consueta ceralacca rossa come altri dei corallari. Anche usando la "lampada di Wood" non abbiamo ben identificato l'immagine del sigillo d'Antonio Nolfo, che sembra essere una palma o un girasole. La scrittura è stata letta dal notaio presente il figlio Francesco e sette testimoni compagni d'arte di Antonio Nolfo, artisti con l'artista, cioè: Michele Forti, Rosario Cosenza, Paolo Cosenza, Michele Laudicina, Tommaso Calvino, Francesco Mazzara, Giuseppe Bonfanti. Preside alla pubblicazione del testamento era il Magistrato interino Alberto Gonzalez, giudice della Regia Corte Civile e Criminale di Trapani, in veste di
Tribunale. La presenza del giudice conferma la ratifica delle volontà del testatore, probabilmente per sedare passati risentimenti familiari.

Dopo la prefazione mistica comune a tutti i testatori, il primo passo esamina la comune raccomandazione e
salvamento dell'immortal anima e la disposizione di seppellire il suo cadavere nella chiesa dei padri cappuccini. Nel successivo passaggio Antonio Nolfo dichiara di aver vissuto gli ultimi anni di sua vita nella casa di contrada San Rocco che appartiene, ed è proprio di mio figlio Don Francesco come a lui concesso a cenzo enfiteutico come per atto e come assoluto ed indipendente Padrone, ch'è, per cui ne ha fatto a proprie sue particolari spese li opportuni melioramenti. Lo scultore elegge "Don Francesco Maria mio figlio legittimo, e naturale" erede universale e nel proseguo cita il primogenito Domenico, il reverendo Michele, (sacerdote in una chiesa di Palermo), Giacoma (moglie dello scultore Vito Lombardo autore del rifacimento del gruppo "l'arresto"dei Misteri di Trapani) e Antonia (sposa di Antonino Giacalone) figli legittimi e naturali nati da me sudetto Testatore e dalla quondam mia Moglie Ignazia.


Il risentimento dell'artista nei confronti del figlio Domenico, primogenito, è evidente nell'averlo nominato erede particolare. Nel testamento, Antonio Nolfo afferma che anni prima, forse dopo il decesso della moglie, era stato invitato da Domenico (che si accasò con Francesca Corso incontrata nelle minute di Bartolomeo Daidone del 19/10/1769 e 22/03/1770) a convivere nella sua nuova casa e in quell'occasione vi
trasferì la sua robba. In seguito, forse per lite o per un torto subito dalla nuora oppure per altri motivi, si trasferiva nella casa di Francesco lasciando la sua robba da Domenico … ond'io per non inquietarmi, o per qualche servizio, che detto mio figlio forse m'avesse fatto, o per qualche soccorso, che m'avesse in qualche circostanza prontuato, o per quello che io dovea lasciargli dopo la mia morte per raggione di qualche spettante titolo, pensai di rilasciargli allora la sopradetta robba mia. Era tale il rancore paterno che quasi con sdegno e non per benevolo amore che, se mai pretendesse intorbitare, o inquietare con qualche sofistico pretesto di debito, o di qualunque altra vana pretenzione che pretendesse avere sopra la mia Eredità, e beni ereditarij in questo caso il detto mio figlio Domenico s'intenda escluso dal predetto prelegato di detta robba mia "…" in favore delli due miei figli Don Michele, e don Francesco Nolfo.

Nella successiva scheda testamentaria, oltre ad assegnare e dimostrare il valore di ciascun oggetto trattenuto dal figlio, in totale di circa 80 onze, lo scultore descrive un pendente a cui era affezionato, di
un cuore di corallo ingastato d'oro con pennericoli di perli fini numero sei valutato due onze. E nella qui acchiusa nota, per quanto di presente la mia Coscienza me suggerisce, e mi detta per discarico della medesima, come per levare di mezzo ogni contrasto e quistione tra li miei menzionati Eredi, Domenico non ha da me e dalli altri suoi fratelli, o altri Parenti che pretendere, e ch'esperire contro li medesimi per non aver dato mai cosa alcuna del suo, o che all'istesso poss'appartenere in Coscienza o per diritto alcuno.

L'artista elenca tra le sue robbe altri oggetti, come il Crocifisso e un Bambino Gesù forse di cera o di legno, Modelli di gesso, Carti di disegni, Ferramenti per travagliare legname, e Marmi, con cui modellava le sue sculture. Anche se artista minore rispetto ad altri artisti siciliani, Antonio Nolfo ha segnato nei personaggi che ha creato un'impronta unica e barocca e
per non starmi ozioso, quando io stava di mediocre salute … qualche cosella ho potuto fatigare, e sbozzare. Antonio non si arricchì certamente con la vendita di sue opere, e ormai vecchio, anche se ricevette committenze, non riuscì a guadagnare quel denaro che gli permise di ultimare i lavori senza il sostegno finanziario del prediletto figlio Don Francesco "…" giacchè per il continovo di molt'anni mi ha onoratamente e decentemente mantenuto, ed alimentato sino al giorno presente contentandosi non accasarsi, lasciando da parte, tanti suoi vantaggi per non lasciarmi solo in questa mia cadente età, non curando lui, né badando, né a spese, intressi, fatiche, e sudori; anzi con una invitta pazienza ha sofferto tanti incomodi, e travagli specialmente in questa mia inferma età; onde in vigor del presente confermo, e sono per confermare mille volte quanto ho determinato di fare in questa ultima mia testamentaria disposizione. L'artista moltiplica la conferma di Francesco erede universale per mille volte anch'egli scultore con bottega collaterale alla cantonera della strada della Loggia (Matteo Mauro, contratto del 5/11/1793), che in seguito vestiva l'abito talare della confraternita di San Filippo Neri.

Di seguito, il testamento d'Antonio Nolfo affinché s'abbia opportuna pubblicità e citazione di quanto da noi riportato.



A di tre Gennaio Undecima Indizione
Anno mille settecento settant'otto.


Sia ad ognuno palese, qualmente Io Antonio Nolfo, di questa Invittissima, e Fedelissima Città di Trapani, benché di corpo infermo, sano però, per la Iddio grazia, di mente, senso, loquela, intelletto, e di raggione ben fornito esistendo; e temendo il formidabile divin Giudizio, alcune delle volte repentino, ed il termine della umana fralezza, di questa misera, e mortal vita, assia breve, e frale, e seriamente Io riflettendo al tremendo punto della Morte, affatto inevitabile, il di cui colpo non può l'umana natura in conto alcuno sfuggire, giacchè: statuum est hominibus semel mori; ho risolto adunque domentre ho termine di vita ed integrità di memoria, provvedere all'affare importantissimo dell'anima mia e disporre insieme, di tutti li beni, da Dio nostro Signore, a me concessi; epperò annullando pria, revocando e, cancellando, ed avendo per cassi, irriti, e nulli, come al presente annullo, revoco, e cancello tutti, e qualsivoglia testamenti, e codicilli sì solenni che nuncupativi, donazioni per causa di morte, et inter vivos colle clausole di poterli revocare e tutte l'ultime disposizioni, che da me sopradetto Testatore forse dal passato, sin'oggi, disposte si avessero etiam, che fossero fatte con le clausole e parole di derogatore, e derogatorie, e di derogatorie, che senza voglio, e comando, che il presente mio Sollenne, et in scriptis Testamento prevalga, e sia preferito a tutte l'altre disposizioni per cui ho disposto come segue.

E primariamente io sudetto Testatore considerando, e seriamente riflettendo quanto l'anima mia sia più nobile del mio corpo: Perciò io come Cattolico, e fedele Cristiano ora, e per sempre, e specialmente nell'ora di mia morte le ho raccomandato, e la raccomando al Sommo, ed Immortale Iddio, al Glorioso Patriarca S. Giuseppe, a S. Michele Arcangelo, all'Angelo mio custode, a tutti li Santi del Cielo, e specialmente alla nostra gran Vergine, e Madre mia Maria di Trapani. Il mio Corpo fatto cadavere voglio, che sia sepolto nella Venerabile chiesa dei Reverendi Padri Cappuccini, di questa sudetta Città, poiché così voglio, e non altrimenti.

E perché la Base, Capo, ed Origine di qualsivoglia Testamento è l'Instituzione dell'Erede universale; pertando io sudetto Testatore in vigor del presente mio Sollenne, et in scriptis testamento sopra tutti, e singoli beni così mobili, come stabili, urbani, rusticani, Allodiali, Feudali, Burgensatici rendite, frutti, introiti, proventi, nomi di debitori, azioni, pretenzioni, successioni Cause, legati, domande, censi decorsi, e decorrenti, ed altri qualsivoglia beni di qualunque luogo esistenti, e meglio apparenti, acquistati, e d'acquistarsi; ed a me sudetto Testatore sotto qualsiasi titolo nome e modo spettanti, e competenti, dal passato, presente, e per l'avvenire in virtù di qualsivoglia Testamenti, e Codicilli sì solenni, che nuncupativi, donazioni per causa di morte, ed inter vivos, capitali e contratti dotali, ed altri qualsisiano Atti, Scritture publiche private, e senza il tutto includendo, e niente escludendo, e sopra tutto l'intiero, ed indeterminato mio Patrimonio istituisco, e colla mia propria bocca ho nominato, e nomino in mio Erede universale a Don Francesco Maria Nolfo mio figlio legittimo, e naturale, salve però le disposizioni infrascritte, poiché così mi è piaciuto, e piace di fare, e non altrimenti.

E per togliere qualunque lite, o questione, che potrà avvenire, o nascere omni futuro tempore tra li miei Eredi, per maggior delucidazione, e chiarezza in virtù di questo mio Sollenne Testamento dichiaro, e specifico, tutta la robba, che da me sino al giorno d'oggi vien posseduta, la quale è l'infratta del tenore, che siegue cioè: Numero Sette Sedie di cojo, una Corriola, un letto un Stipo, quattro Buffetti, un Crocifisso, un Bambino, un Cassabanco, Modelli di gesso, Carti di disegni, una Cassa piccola di noce, un Quadro con Cornice dorata, un piccolo cassettino, Ferramenti per travagliare legname, e Marmi, ed altre cose usuali per cucina, poiché così voglio, e non altrimenti.

Dippiù per discarico di mia coscienza Io sudetto Testatore dichiaro in virtù del presente che tutta quella robba di Scultura, che dopo la mia morte troverassi, o in mia Casa, o nella Bottega di mio Figlio Don Francesco, epperò a lui spetta, ed appartiene, ne può veruna persona molestarli tal robba, poiché tutta se l'ha procacciata colla di lui industria, arte, perizia, fatica, e sudore sì dall'anno, che fù emancipato, sino al giorno presente; non lasciando anche di mettere in chiaro Io sudetto Testatore, che la robba di Scultura, che fù da me travagliata, successivamente fù smaltita, vendendosi di mano in mano, senza che da me si avesse potuto travagliare della nuova, sì per li mie continovi incomodi di malattia, come per l'età che di anno in anno si andava avanzando finchè ritrovami giunto all'anno 82 in circa di mia età e quando qualche cosella ho potuto fatigare, e sbozzare per non starmi ozioso, quando io stava di mediocre salute, questa bisognava finirsi a spese del sudetto mio figlio Don Francesco, il quale piuttosto ne riportava spesa, ed interesse, che profitto, ed utile.

Che perciò con raggione a detto mio figlio Don Francesco l'ho istituito, e lo istituisco per mio Erede universale come sopra istituito, giacchè per il continovo di molt'anni mi ha onoratamente e decentemente mantenuto, ed alimentato sino al giorno presente contentandosi non accasarsi, lasciando da parte, tanti suoi vantaggi per non lasciarmi solo in questa mia cadente età, non curando lui, né badando, né a spese, intressi, fatiche, e sudori; anzi con una invitta pazienza ha sofferto tanti incomodi, e travagli specialmente in questa mia inferma età; onde in vigor del presente confermo, e sono per confermare mille volte quanto ho determinato di fare in questa ultima mia testamentaria disposizione poicchè così comando, e voglio e non altrimenti.
Dippiù Io sopranomato Testatore in virtù del presente mio sollenne et in scriptis testamento istituisco jure institutionis heredis particularis a Domenico Nolfo mio figlio legittimo e naturale, nato da me sudetto Testatore, e dalla quondam mia Moglie Ignazia Nolfo in tutto quanto a lui spetta, ed appartiene, e potrà spettare, ed appartenere sopra la mia Eredità, e beni Ereditarij, per ogni, e qualsivoglia raggione titolo e causa etiam per causa di legittima paterna, e materna e supplemento di essa poicchè così voglio e non altrimenti.

E perché sò benissimo io sudetto Testatore, che il sopranomato mio figlio Domenico tempo addietro si trattenne in suo potere l'infrascritta robba del tenore, che siegue cioè: Un Bagullo grande foderato di vacchetta rossa, guarnito di chiodi di Rame e di dentro foderato di tela celeste.

Una in fasciatura di Domasco celestino con cappottino, e piomazzo, guarniti di guarnizione d'oro, e fiocchi d'oro. Un Cuore di Corallo ingastato d'oro con perle fine. Una resta di Coralli grossi con bottoni d'oro. Una Gioja ingastata d'argento indorato. Numero Sette Posate di Argento, e due maniche di Coltelli di Argento. Numero tre Anelli d'oro con pietre di smeraldi. Due Piomazzi di Domasco rosso grandi. Una coltra fina grande bianco. Un Portale di drappo, ordigni di Cucina proprij, e necessarij per un Galantuomo. Tre Armadie di legname piene di piatti, e cannate buone. Numero tredeci piatti di Stagno, ed uno grande anche di stagno, Sei candelieri di stagno cioè: due per oglio, e numero quattro per sevo. Una Pignata di Metallo. Un Bacile di rame. Una Caldara grande. Sei quadri nuovi con cornici, ed intagli rustici. Due Specchi con intagli dorati, e due sediette fine per candele. Un Capezzale con intaglio, e puttini indorato. Una Boffetta grande. Un Crocifisso di un palmo con Croce di legname. Due Mortaretti di Rame, uno grande, ed altro piccolo. Un Mortaro grande di pietra, tre Bozzi di vetro una grande di dieci quartucci, Bicchieri di Cristallo. Un vaso grande di cristallo Martellato di due quartucci. Due Giarre di creta grandi di 12 quartari per ogn'una. Una Pila di pietra giaca. Più Provisione di Mancia: numero nove pezzi di formaggio, un Casacavallo, un poco di riso, e cantara due di legni grossi; la quale sopradetta robba ascendeva alla somma di onze ottanta in circa.

Pertanto io sudetto Testatore dichiaro per discarico anche di mia Coscienza, che la supradetta robba era tutta mia, e detto mio figlio se la trattenne, quando io convivea con seco lui, allorchè il detto mio Figlio si accasò, che poi per certe questioni, io fui costretto separarmi dalla sua Casa, e lui si trattenne la sopradetta robba, ond'io per non inquietarmi, o per qualche servizio, che detto mio figlio forse m'avesse fatto, o per qualche soccorso, che m'avesse in qualche circostanza prontuato, o per quello che io dovea lasciargli dopo la mia morte per raggione di qualche spettante titolo, pensai di rilasciargli allora la sopradetta robba mia, come al presente confermo questa mia buona intenzione che io ebbi allora, e li fò il presente prelegato come per il presente mio testamento rilascio e prelego tutta la sopradetta robba a detto mio figlio Domenico, tanto per buono amore quanto per qualsivoglia raggione titolo, e causa, che detto mio figlio potesse avere esperire, e pretendere sopra la mia Eredità, e beni ereditarij, etiam per causa di legittima paterna, e materna, e supplemento di essa, o per qualunque altra qualsivoglia causa, che lui potesse asserire, investigare, ed esperire sopra detta mia Eredità, e beni Ereditarij, poiché così voglio, ordino, e comando, e non altrimenti.

E che, se mai il detto Domenico mio figlio cercasse, o pretendesse intorbitare, o inquietare con qualche sofistico pretesto di debito, o di qualunque altra vana pretenzione che pretendesse avere sopra la mia Eredità, e beni ereditarij in questo caso il detto mio figlio Domenico s'intenda escluso dal predetto prelegato di detta robba mia come al presente annullo revoco, e cancello, e facendolo nullo, irrito e casso, come se mai fatto l'avessi, ed il sopradetto prelegato abbia la sua forza, e sussistenza in favore delli due miei figli Don Michele, e don Francesco Nolfo come in vigor del presente ex nunc pro tunc lascio, e prelego tutta la sopradetta mia robba a detti entrambi miei figli, poicchè così voglio e non altrimenti.

Dippiù io sudetto Testatore in vigor del presente istituisco jure institutionis heredis particularis al Reverendo Sacerdote Don Michele Nolfo mio figlio legittimo e naturale nato da me sudetto Testatore, e della quondam mia Moglie Ignazia Nolfo, e benché sia assente per ritrovarsi in Palermo, io nulla di meno lo considero come presente, istituendolo come dissi per mio Erede particolare in tutto, e quanto a lui spetta, ed appartiene, e potrà spettare, ed appartenere sopra la mia Eredità, e beni ereditarij per ogni, e qualsivoglia raggione, titolo, e causa etiam per causa di legittima paterna e materna, e supplemento di essa, poiché così voglio e non altrimenti.

E perché io sopranomato testatore tengo in mia Casa l'infrascritta robba di mio Figlio Don Michele del tenore, che siegue cioè: Due Brò, dodeci sedie pittate a color verde, due casse nuove, un stipo grande, e due piccole scaffarrate di libri: la quale robba mi fù lasciata da lui a conservare, quando se ne andò in Palermo, ove al presente dimora. Pertanto io sudetto Testatore in virtù del presente ordino, e comando al sopranomato mio Erede universale Don Francesco che dopo la mia morte restituisse la sopradetta robba al riferito mio figlio Don Michele, o lui commissionasse persona legittima qui in Trapani per pigliarsela, o se la vorrà trattenere nella propria casa di detto Erede universale, farà come gli piacerà di fare, giacchè lui è il Padrone di detta robba, avendosela lui procacciata con i suoi avventigij, e fatiche, non essendo io di tal robba che mero, puro, e semplice Conservadore, e depositario, onde il mio Erede Universale facci quanto io li ho ordinato, poicchè così voglio e non altrimenti.

Eppiù io sudetto Testatore in virtù del presente instituisco jure institutionis heredis particularis a Giacoma Lombardo Moglie di Vito Lombardo, e alla quondam Antonia Giacalone Sposa di Antonino Giacalone, mie figlie legittime e naturali, nate da me sudetto Testatore, e della quondam Ignazia Nolfo mia Sposa, e per esse a detti loro respettivi Mariti, tutte, e singole quelle doti da me sudetto Testatore dotate, e costituite alle medeme, e per esse à di loro respettivi Sposi in virtù delle loro respettivi Notari, e questo alle medesimi modo, e forma, che le sono state dotate, colli patti eversivi, ed altri conten[tamen]ti nelli precalendati Capitoli dotali, alli quali in tutto, e per tutto si abbij relazione, quali prelegati delle respettive doti, io sudetto testatore in virtù del presente dico, e dichiaro avere fatto, e volere fare alle prenotate due mie figlie, e alli di loro Sposi, per ogni e qualsivoglia raggione ad esse mie Figlie Giacoma, ed Antonia, e ad ogn'una di esse spetta ed appartiene, potrà spettare ed appartenere sopra la mia eredità e beni ereditarij, per ogni, e qualsivoglia raggione titolo e causa comando e volendo io sopradetto Testatore, che detti Capitoli dotali siano, e s'intendano replicati per entrambe dette mie Figlie nel presente mio Sollenne testamento, etiam per causa di legittima paterna, e materna, e supplemento di essa volendo, e comandando io sudetto Testatore, che di tale presente prelegato jure institutionis heredis particularis da me come sopra respettivamente fatto se ne dovesse tenere per contente, e sodisfatte, poiché così voglio, e non altrimenti.

E parimente dichiaro io sudetto Testatore in forza del presente, che mi riserbo di fare una, o più Schedole Testamentarie sottoscritta, o sottoscritte pure di mia propria mano, quanti io sudetto Testatore consegnerò al mio Confessore, che pro tempore sarà, o ad altra persona a me sudetto Testatore ben vista, con darle l'oretenus di quello pubblicare, e ridurre in actis dopo la mia Morte, in quelli casi, occorrenze, e tempo, che io Oretenus a tale persona comunicherò, voglio intanto, e comando io sudetto Testatore, che tale schedola una, o più, che saranno, ed il convenuto di esse, a primo ad ultimi, si avesse, e reputasse, si eseguisse, e adempisse come se il contenuto di essa Schedola una, o più fosse ordinato, disposto, dichiarato, e comunicato nel presente mio sollenne testamento sub unico contextu, et unica forma, poiché così voglio, e non altrimenti.

Finalmente io sudetto Testatore in vigor del presente testamento jure institutionis heredis particularis lego, e lascio a tutte quelle persone, una o più, che pretendessero succedere nella mia eredità, e beni ereditarij, o alcuna parte di essi tarì uno per una sol volta, da pagarsi per detto mio Erede universale di sopra istituito, e ciò p'ogni, e qualsivoglia raggione, che alle medeme potesse spettare, e competere per causa di legittima, e suplemento di essa, volendo, e comandando io sudetto Testatore, che tali persone si dovessero tenere per tacite, e sodisfatte, poicchè così voglio, e non altrimenti.

E per termine finale del presente mio sollenne, et in scriptis testamento io sopradetto Testatore Antonio Nolfo asserisco essere questa l'ultima mia volontà e disposizione, quale voglio, che vaglia, ed abbia da valere per Sollenne, et in scriptis testamento, e se per tale non valesse, voglio che abbia da valere per raggione di nuncupativo, et sine scriptis testamento, e non potendo valere per tale voglio, che vaglia per raggione di Codicilli sollenni, e se per tali non valesse, voglio che vaglia per codicilli nuncupativi, e non valendo per codicilli nuncupativi, abbia il suo vigore di donationi causa mortis, e non potendo valere per donazione causa mortis, voglio, che abbia la sua fermezza, e sussistenza di ogni miglior modo, e maniera, che de jure potesse valere, poicchè così voglio, e non altrimenti.
Onde.
Li testimonij, che sono stati presenti da me pregati, colla mia propria bocca, sono li retroscritti, che si suggellano.

X Antonio Nolfo testatore Confermo come sopra.




© Salvatore Accardi, giugno 2010




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