Trapani invittissima di Salvatore Accardi

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I parte

Trapani Profana

Arte e maestria
Qualcuno lo ha definito secolo di stravaganze ed ’inquietudini. Nel Seicento la gente intimorita dalle guerre, dalle piraterie, preoccupata dei contagi, apprensiva delle carestie, trovava conforto nella “somministrata” dottrina religiosa. È stato il tempo in cui molti ceti edificarono le proprie cappelle in diverse chiese, stesero gli statuti, elessero i propri Santi protettori dell’arte, parteciparono alla processione dei “Misteri-mestieri”, alla processione del Cilio e delle Bare.

le regole contrastanti

la pertinacia di una vendifiori

Successivo al moto carbonaro accaduto a Palermo nel 1820, con il reale rescritto del 13 marzo 1822, si dette una definitiva stoccata alle consolari maestranze intrufolate nella gestione pubblica e politica, che parteciparono alla sommossa. Ma, ciò non significò per le maestranze il completo abbandono delle consuetudini e d'alcune norme che regolarono i mestieri, il garzonato e l'intera gestione ancorata ai vetusti capitoli anche se rinnovati nel corso degli anni. Infatti da alcuni documenti si evince una testimonianza di quanto fosse profondo il legame all'interno di ciascuna antica arte, ora ceto e poi professioni, i cui membri nel primo ventennio dell'Ottocento erano chiamati mastri di un mestiere.

lo Stabilimento degli Orefici del 1756

... Nello studio di Gaspare Fiorentino, l'assemblea elesse San Luigi in protettore dell'arte, la cui festa si celebrava il primo dicembre e concordarono di sborsare de proprio, come sin oggi s'hà soluto fare tutte le spese annuali vi abbisognano, per fare la solennità di San Luiggi Protettore, è per uscire il Mistero, Cereo, è Bara di detta loro Arte. ...

Abbullare le prime due lettere

Anche la licenza ad utilizzare il bollo con le iniziali del Console e del Mastro orafo ed argentiere concessa nel lontano 1671 dal principe di Lignè è una notizia d'interesse da leggere nel testo integrale del privilegio viceregio trascritto nel registro dei "Copia Lettere" al numero 108.

Consoli e mastri orafi ed argentieri dal 1662 al 1765

Cento anni dopo aver contratto la scrittura sull'esame a mastro e sulle disposizioni inerenti alla conduzione commerciale nella fiera annuale o esposizione campionaria d'agosto nel piano dell'Annunziata e sulle elemosine da devolvere per la "Bara e Misterio", i mastri orefici e due argentieri registrarono il parlamento e poi contratto stilato nel 1662.

Oro, argento e preziosi - i capitoli degli argentieri del 1612

Nei primi decenni del XVII secolo, diversi mastri si radunarono per costituire gli statuti dei propri ceti, detti capitoli, con i quali s'imposero una regola e disciplinarono la loro arte allora tradita oralmente con usi e consuetudini, esercitata in specifiche zone della città come in "via delle Arti, dei Corallai, dei Tintori, degli Scarpari, degli Scultori, dei Funai" ecc.

sui consoli e mastri orafi

A nulla valse il convincimento del gioielliere che mostrava un attestato nel quale, secondo disciplina forense napoletana, l'arte del gioielliere era diversa dall'orafa, contrastante con la disciplina dell'acquisto e della vendita d'oro, d'argento e gioielli, il cui fine era di evitare la concorrenza sleale nel mercato.

Il tesoro del Tesoriere

Il primo dicembre 1803, mastro Isidoro Mauro era eletto tesoriere dell'arte degli orefici. Sei giorni dopo, riceveva dal decaduto tesoriere Vincenzo Genna e con la supervisione del console Angelo Sandias la cassa con quattro chiavi contenente ottantasei onze e diciassette tarì. Inoltre, i consoli gli consegnavano la cassetta dove si custodivano i tre splendori d'argento, di ponderis librorium trium et unciam sex, de'Personaggi Misterij eiusdem Artis.

La gioielleria di Francesco Buzzo

... L'inventario fu stilato con la specifica descrizione del mobilio, attrezzi ed oggetti vari per usati dall'orafo e dai suoi garzoni, e l'annotazione di gioielli d'oro e d'argento. Dal documento apprendiamo i termini dialettali con cui si chiamarono alcuni oggetti minuziosamente catalogati, le gemme (spinello e balasco), la pesatura e la loro valutazione. In totale gli oggetti preziosi e le gemme ammontarono ad onze 304.7.13, a cui si aggiunse il denaro contante di onze 64.5.8, che costituì l'attivo di onze 369.3.1.

l'inventario di giogali ed arnesi di bottega di Francesco Mauro

Sembra che da più tempo i Mauro avessero abbracciato, come altre famiglie trapanesi, la professione orafa ed in seguito l'arte di gioielliere, provetto nell'incastonare rubini, balasso e diamanti. Di certo, tale maestria era insita in Francesco (figlio di Vito Mauro) che abbandonò la vita terrena l'8 dicembre 1772. L'orefice fu sepolto nella chiesa di Santa Maria di Gesù dopo aver il cadavere attraversato un lungo percorso cittadino al suono mesto di campane suonate a morto, perfino quella della chiesa di Custonaci.

1693 la plangetta d'argento di giusta bontà

La placcatura doveva eseguirsi annualmente in Settembre, mese d'inizio di una nuova indizione, con la supervisione, controllo e responsabilità del secreto, secondo formali prove di saggio della coppella, ovvero dell'argento spogliato della lega, pesato per ricavarne il titolo al fine della certezza dell'intrinseco valore bollato.

su galanterie e giogali d'altri tempi

Sul finire del 1700 l'antica arte orafa trapanese s'imponeva ancora con notevole presenza nel mercato insulare. In città, abili mastri e i garzoni di bottega modellavano oggetti in oro, in argento e di corallo commissionati e prevalentemente dall'agiata classe di negozianti e patrizia ed anche dalla "povera gente", giogali elencati negli inventari di defunti e negli atti dotali. Un voluminoso fascicolo sarebbe non capiente a contenere le descrizioni degli oggetti creati dalle mani di questi valenti artigiani annotati con perseveranza anche nei loro particolari libri approvati dai consoli e dai mastri orafi trapanesi succedutesi nei secoli.

La maestranza degli Argentieri

mio saggio pubblicato nella monografia edita dal ceto degli Orefici nel marzo 2013
Appendice al mio saggio pubblicato nella monografia edita dal ceto degli Orefici nel marzo 2013

l'ora italica


Dal 1820, anche gli scrivani comunali del Regno delle Due Sicilie registrarono i decessi dei cittadini nel registro di stato civile annotando le generalità e l'ora del trapasso del de cuius sovrastando in tal modo il jus secolare di attestati di defunti redatti nelle sagrestie parrocchiali. Così, ad esempio, nel registro dello stato civile dei defunti del comune di Trapani, nell'anno 1833 leggiamo il decesso del poeta Giuseppe Marco Calvino avvenuto il 21 aprile alle ore sedici in Via Rua Nuova. Nelle gare d'appalto e nelle sedute dei senatori e poi del decurionato si annotava l'orario, che compariva anche nei testamenti rogati nei primi anni del Seicento dinanzi la luce del lume e alle tre di notte.

un caso di stupro nel 1650

Il 25 agosto 1650, confortato dalla testimonianza del medico fisico Vito Licata, don Antonio invitò donna Angela a litecedere dall'accusa di stupro, a farla rigettare informazioni non veritiere e a cassare in modo permanente l'infelice caso.


Sul postribolo di Belvedere

Nel primo periodo dell'Ottocento, la prostituzione era regolamentata da ciascuna Intendenza che "zonizzava" le case di tolleranza, schedando le prostitute (a cui dava la specifica patente d'esercizio). L'autorità costituita imponeva le visite igieniche mensili e tentava di reprimere la prostituzione per strada. Su indirizzo governativo e giusto sovrano "jus legationis", l'Intendente disciplinava il mercimonio anche con l'ausilio e i consigli dei vescovi. Era compito della Polizia sorvegliare le meretrici e gli spostamenti di città in città ....

Sul bando delle meretrici del 1593 e del 1601

Ancor prima della divulgazione del bando del 26 agosto 1605, il vicerè Enrico Gusman conte d'Olivares e il vicerè Bernardino de Cardini duca di Maqueda emisero i rispettivi bandi contro le meretrici, non divergendo sostanzialmente nel testo dell'uno e dell'altro, perfino con quello del 1605. Tale configurazione si rileva affiancando il testo dei due bandi emanati rispettivamente il 28 febbraio 1593 e il primo luglio 1601.

sulla licenziosità di alcuni monaci

Non solo la divulgazione a volte esasperata dei dogmi e di nuovi precetti scaturirono dalla controriforma tridentina, pure il coinvolgimento e l'interdipendenza tra il potere temporale e spirituale, che a volte collaborò a risolvere scabrose situazioni. Nel documento del 29 aprile 1613 leggiamo sulla licenziosità di frati carmelitani dediti a vita immorale e sulle ricchezze apportate al convento. È la formale protesta mossa dai giurati trapanesi a delegati carmelitani, che si vergognavano d'avvenimenti accaduti, a quali chiesero una verifica e la risolutiva punizione dei frati macchiatisi di licenziosità.

Bando per "levari alcuni abusi che seminano la gente dal viltu et servitio divino"

L'intransigente vicerè Giovanni De Vega, al tempo del suo incarico, impose anche la rigorosa osservanza della "dottrina" cattolica, favorendo nel Regno di Napoli e di Sicilia l'introduzione dei padri gesuiti determinati a difendere con spada tratta i crismi della predicazione, confessione ed insegnamento dei canoni della controriforma tridentina.
bando sulle meretrici e chiusura di una vanella

Bando sulle meretrici e chiusura di una vanella

Nel 1733, una vanella posta in frontespizio al convento dei padri minori osservanti unito alla chiesa di Santa Maria di Gesù, era il punto d’incontro di sbrigativo approccio in ore notturne. Oltre il disagio per l’immondizia depositata, lo scandalo dei convicini e l’impraticabile viabilità, i frati d’accordo con i proprietari delle abitazioni prospicienti alla vanella chiesero al vicerè di far murare la stradina per impedire anche il mercimonio.

ll mal francese

Per tutto il Cinquecento e ad inoltrato Seicento, le autorità sanitarie vigilarono sulla propagazione e sulla diffusione del male pestifero e del male contagioso che tormentò. la popolazione siciliana, specialmente quella dell'entroterra soggetta a maggiore carenza alimentare. Tra i tanti contagi, come la peste, il tifo, il vaiolo, le emottisi e le malattie polmonari che distrussero la machina di migliaia di persone, ricordiamo il mal francese, vale a dire la sifilide.

la gemma della povera donzella

Ma il fraudolento, e di mala fede, che tal dovrebbe chiamarsi, l'adocchiava per soddisfare le inique suo brame, ed invece di prosperarla intendeva rapirle quella gemma che rimane ad una povera donzella, l'onorato candore di sua pudicizia.

prostitute, protettori e ricottaj nella Trapani del 1837

L'otto agosto 1837, in pieno corso d'epidemia di colera durato dal ventidue luglio all'otto settembre, un anonimo trapanese denunciava atti delinquenziali di probabili colleghi. ……

il ganzo maltese e la druda trapanese

Rientrata al focolare tunisino, nel corso d'alcuni mesi Lucia dimostrò grande legamento allo sposo, che non le fece mancare nulla, tanto meno il suo cocente rinnovato amore. Passarono i giorni e in una giornata particolarmente assolata o afosa, Lucia rapita ed attratta da ripetute avances e teneri contraccolpi del ganzo maltese, cedette nuovamente, abbandonando il figlio e la casa del marito.

un altro modo d'amore

Che Santina! O la Diavola che fa la divota
Intorno al 1820 la Polizia vigilava anche sull'attività e gli spostamenti di città in città delle meretrici munite di patente, che esercitavano il proprio mestiere nelle proprie e altrui case di piacere poste sulle mura di tramontana, nella zona di scirocco, nella strada S. Leonardello, in via Paglia, nel vicolo Belvedere e perfino in una strada del convento di S. Francesco d'Assisi. Le traviate erano sottoposte a controlli e cure mercuriali e soggette a trasferimenti in altre città ....

l'incauto precettore

Per non patire l'onta di mettersi al pubblico bando e in bocca ai mormorii della gente e della sua affezionata clientela don Paolo L. denunciava il sacerdote sodomita (estimatore del drammaturgo Carlo Roti) all'Intendente della Valle di Trapani e al capo della Polizia per punire, con energiche provvidenze, quel mostro. Nell'esposizione del farmacista traspare il tentativo di vendetta personale per riscattare la vergogna subita dal figlio nulla sapendo dei successivi sviluppi della vicenda.

L'effimero contendere

Era inoltrata primavera e gli spiriti bollenti agitavano le membra di due signorotti. Forse il primo era un bohémien il cui cognome è il sinonimo del gioco della "zecchinetta"; l'altro era il giovane emancipato rampollo di un'antica e gloriosa casata. Il cognome del baronello, che manteniamo nascosto, c'induce a pensare che abbia abitato nel centro storico e non molto lontano dalle mura di tramontana dove si trovavano i cosiddetti "lupunari", le case legalizzate di prezzolato piacere. Entrambi persero follemente la testa per Taddea, la meretrice che li aveva ammaliati. Veniva da Messina e chissà in quale postribolo cittadino ha dimorato.

la lascivia di un monaco stupratore


lo stupro di una bambina di dieci anni ad opera di un monaco e sullo sfruttamento della matrigna
Con minuzia dei fatti, il giudice denunciava il padre carmelitano, che giorni prima, accolse nella propria abitazione la ragazza adescata ed accompagnata dalla matrigna Domenica I., alla quale con “violenza, non curando lacrime, Religione ed onore la stuprò”. Il premeditato incontro col monaco era stato favorito dalla matrigna, la quale “ebbe il prezzo del suo infame mestiere”. La verginità dell’infante relitta era stata venduta per una manciata di soldi in quel giorno predestinatole alla sua inevitabile prostituzione.



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